Così l'impegno
Paolo Baratella scrive...

L’arte ha un compito imprescindibile: tenere chiuse le forbici, tenere la creazione artistica nel reale, l’uomo nella consapevolezza del vero. Discorso folle in un mondo che vive nell’effimero delle apparenze e della produzione del superficiale, lontano dalla responsabilità dei crimini che vengono commessi in suo nome. L’arte-mercanzia vive l’euforia dell’apparire inebriandosi di mercato; gli artisti-mercato sorridono del successo tenendo la faccia ben girata dall’altra parte per non vedere la loro complicità con la dittatura delle merci. L’arte “impegnata”, termine autoreferenziale arcaico cattocomunista, vive male, con una raucedine di fondo, quasi senza voce.

Una necessità etica s’impossessa dell’intelletto e dello spirito di donne e uomini umanisti che usando il linguaggio della poesia e della creazione artistica tentano di scrostare l’apparente per separare il vero dal falso, per restituire il mondo nella sua reale complessità, per additare i soprusi e manifestare speranze e utopie, denunciare e gridare, ridere e gioire. In una sorta di Atanor, (l’immaginazione), l’apparenza al contatto con la pietra filosofale della creazione artistica, libera la sua metafisica luce, sostanza profonda della realtà. Così l’impegno.

Racconto la mia esperienza alchemica che prende le mosse nei primissimi anni sessanta del secolo scorso, e che in vari modi costituisce ancora la traccia del mio fare arte. Negli anni sessanta-settanta il mio andare verso la “verità” voleva dire guardare il mondo così come mi appariva cercando di analizzarlo con gli strumenti critici che allora erano in mio possesso. Chiaramente quegli anni mi hanno fatto crescere, spero bene, e sostanzialmente non avrei più la necessità di vedere la realtà esterna rappresentata, poiché i processi che la costituiscono si sono fatti conoscere anche troppo bene, e devo dire che quanto più la osservo con più ne certifico i meccanismi e la falsità che ne deriva come visione del mondo: ho sentito l’urgenza di andare oltre, più in profondità, che quando ero più giovane significava passare attraverso la politica, l’ideologia.

Adesso sento quei momenti, quell’epoca non così lontana, ma certamente in quel modo, conclusa. Così la sequenza è andare ancora oltre, alla nascita del pensiero filosofico-politico, alle origini del pensiero occidentale, a quel pensiero greco, giudaico-cristiano nato nei deserti e tra i dirupi della Tracia. Sono stati territori questi dove gli uomini furono pervasi dal desiderio di verità, e la verità l’espressero così bene che suscitarono nelle generazioni categorie di pensiero su cui si fonda ancora oggi. La valutazione del bene e del male passa per queste categorie fisse.

Nel 1965 fui invitato a Berlino per esporre alla Haus am Lutzowplatz; così cominciai la mia vita berlinese che, a varie riprese si sviluppò nell’arco di dieci anni, avendo ottenuto la borsa del DAAD del Senato, con grandi mostre nei principali musei d’arte contemporanea della Repubblica Federale Tedesca, con cicli di opere che portavano titoli significativi, come: “Es ist ein lachen das euch begraben vird” (sarà una risata che vi seppellirà), e simili. “La domanda e l’offerta” fu titolo di una mostra milanese da me organizzata che sancì nel 1967 il sodalizio estetico-ideologico con Fernando Defilippi, Umberto Mariani e Giangiacomo Spadari che continuò negli anni con esposizioni molto forti e dimostrative dal punto di vista ideologico nei musei d’Arte contemporanea di Parigi, Bruxelles, Karlsruhe, Zurigo, e le nostre partecipazioni ai “Salonparigini, e più tardi alla fine degli anni novanta al Palazzo Reale di Milano. Ero stato condannato, non io, ma una mia opera contro il razzismo, prima a Parigi poi a Brive alla distruzione per ustione con acido muriatico, cosa che fece molto arrabbiare Jean Paul Sartre, il quale si pose a capo di un movimento d’opinione tra intellettuali e artisti per impedire l’atto barbarico, che puntualmente fu eseguito nel 1972. L’espressione artistica si era fatta partecipazione politica in presa diretta con la vita sociale. Così l’impegno. Molto impegnati erano anche Vostel, Beuys, Kienholz, Grutzche, Canogar, L’equipo cronica, Caniaris, Alvermann, Monory, Kitay, Tilson, Arroyo, Rancillac, Staek, Erro, Klasen, Ipusteguy, ecc…miei compagni di strada, senza dimenticare l’amico Renato Guttuso.

Le cause che provocano ciò che si può chiamare “risentimento poetico” sono sempre le stesse. Per sua natura l’uomo ha una “iperuranica” idea di giustizia e di comune felicità dei viventi sotto ogni cielo. E’ così che nella forbice che si apre tra realtà sociale, ragione e sentire nasce l’indignazione/impulso all’espressione forte nelle forme proprie del momento storico. Vedo nelle diverse generazioni la medesima spinta ideale e umanistica, come dire, un comune sentire difensivo e denunciatario, analitico e poetico, politico, etico, linguistico. Non vedo una sostanziale distanza tra i significati dei modi d’espressione che dichiarano “l’esserci nel tempo”. Più romantico l’artista dell’ultima stagione generazionale che si muove tra nuove tecniche fatte di foto, video computer, comportamenti, installazioni ecc… di noi intossicati di umile fango colorato ma anche tecnicisti, lanciati in narrazioni a volte crude e simboliche, in cui l’estetica costituisce il fine morale irraggiungibile da ricercare instancabilmente come valore non effimero, universale. Così l’impegno.

Paolo Baratella, Lucca, Febbraio 2007

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