Costanti e variabili parte II
di Vittorio Fagone

C`è una predilezione tipica nel tuo lavoro verso le grandi, se non grandissime dimensioni; questo fa si che le tue opere, e non credo solo per me, risultano memorabili a distanza di anni o addirittura di decenni per chi le ha incontrate anche una sola volta. Per quale ragione tu, al contrario di molti tuoi colleghi, ti trovi a pieno agio solo nel "totale" dell`opera, piuttosto che nel quadro di piccole dimensioni, da buffet o controbuffet secondo la splendida definizione di Alberto Sordi in "Le vacanze intelligenti", tanto amato dai mercanti d`arte?

Quando lavoro sulla dimensione grande impegno tutte le mie energie intellettuali e fisiche, (miracolo Apollineo/Dionisiaco?) finendo schiacciato e stupito, il più delle volte, da ciò che va formandosi sulla grande superfìcie. L`opera grande si fa dipersestessa linguaggio, rapportando me pittore che la dipingo, tu spettatore che la guardi alla scala uno a uno. Quando io che dipingo e tu che guardi siamo confrontati alla grande dimensione, ci confondiamo nella pittura, venendone accolti, partecipando emotivamente, visivamente, intellettualmente, fisìcamente dello spettacolo che si inscena sulla superficie dilatata. Con ciò non intendo dire che vi sia una maggiore densità artìstica nel grande rispetto al piccolo, o viceversa, constato solamente un dato di fatto che mi vede attore militante. Grandiosità non è necessariamente spettacolo, anche se comunemente viene definita scenografica l`opera, appunto, grandiosa. L`invasione di una grande superficie con le immagini della pittura costituisce una trasformazione metafisica dello spazio, il superamento della sua fisicità e chiusura. Ricordo Andrej Roublev, nel film di Tarkovskij, pellegrino alla ricerca del muro ideale per dipingere, e poi dipingere la sua fede, e poi dipingere il Giudizio Universale, con la pittura, misera, elementare, povera pittura.

Ed è con Tarkovskij che mi piace ancora rimanere, citando il monologo meraviglioso che la "guida" recita davanti ai suoi clienti, Io scrittore e lo scienziato atomico, illustrando la natura del territorio, "la zona ", nel quale sono ferroviaramente sbarcati nel film capolavoro Stalker: "La zona è forse un sistema di trabocchetti, e sono tutti mortali. Non so cosa succede qui in assenza dell`uomo, ma non appena arriva qualcuno tutto, tutto si comincia a muovere, le vecchie trappole scompaiono, ne compaiono delle nuove..., posti prima sicuri diventano impraticabili, e il cammino si fa ora semplice e facile, ora intricato fino all`inverosimile. E ` la "zona": forse a certi potrà sembrare capricciosa, ma in ogni momento è proprio come noi, come il nostro stato d`animo. Non vi nascondo che vi sono stati casi in cui la gente è dovuta tornare indietro a mani vuote. Alcuni sono anche morti proprio sulla porta della stanza. (...) Infatti ciò che chiamiamo passione non è energia spirituale, ma solo attrito tra l`anima e il mondo esterno ". Questo sento debba essere il tono dell`aspettativa dell`artista che si pone all’ opera sulla grande superficie, ovvero aspettativa di grandi comunicazioni da parte dello svelarsi del suo lavoro, che lentamente ma inesorabilmente dipana la "verità". La verità è la mia: io agisco con tutte le forze del mio corpo/intelletto/talento/spirito, sono finalmente nudo davanti al mondo e a me stesso, nella "zona", non sono più nascosto dietro la merceria del piccolo formato/mercato truccato da opera d`arte, sono a disposizione come brano di mondo, brano di verità.

Guardando i tuoi quadri da circa quarant`anni mi sorprende ogni volta la coerenza con tutto il divenire del tuo discorso poetico e formale e insieme la mutazione di un personale senso critico del tempo, così come si va svolgendo. Sembra che una delle preoccupazioni fondamentali della tua individualità creativa sia quella di interrogarsi, con gli altri e per gli altri, sul presente e sul futuro del mondo: speranza, delusioni, utopie e spiegazioni più o meno praticabili, tutto questo dentro le metamorfosi di una immagine riconoscibile e permutante come oggi sono tutte le immagini che amano incrociarsi secondo modelli costitutivi che favoriscono il moltiplicarsi di un senso interpretativo. Come ti senti "artista" del tuo tempo?

Il tempo è un " movimento uniformemente accelerato"; essere intrappolati nel tempo può significare che l`uniforme accelerazione fa parte del mio essere al mondo ancorché come artista. Non posso nascondere la mia aspirazione alla sospensione del tempo; desiderio di soste e parcheggi, ma questi sono concessi solo ai soci dei padroni del tempo/mercato. Bisogna continuare a testimoniare la dissidenza, resistere andando avanti, dichiarando poetiche di consapevolezza, di coscienza del mondo così come è, fuori dai tranelli estetico mondani. Per fingere di sfuggirgli ho adottato nella architettura di questo libro una strategia a fisarmonica, atipica, respirante, che da conto del presente nel passato, e del passato nel presente. Sono riprodotte opere e progetti del 2005 accanto a lavori degli anni `60, `70, e così via ribaltando il meccanismo. Questo da un senso di indifferenziazione del mio lavoro, almeno per quanto riguarda l`atteggiamento mentale e sensibile nei confronti del mondo, del soggetto uomo, del potere, della violenza nel mio tempo, che sono i miei tempi dove per caso par lo con la pittura.

Ho visto più di una volta i tuoi grandi quadri tramutarsi in scenari per performances diverse sino a quelle del bel canto. Però non mi è mai parso che, in queste occasioni, esse divenissero scenografie e sostegno visivo per l`espanderei di un altro linguaggio, anzi, al contrario, era il performer, chi cantava, che aggiungeva suggestione e possibilità di lettura al tuo lavoro di pittore moderno. Come spieghi questo fenomeno?

La verità è che avrei voluto essere anche il cantante, il performer, il video, e qualche cosa d`altro ancora. Ho sempre sentito una sorta di precarietà e povertà nella sola tela; la convinzione di non aver, forse, dato abbastanza, insicurezza della mia stessa natura. Si è poi verificato il caso, più volte, che artisti di altre forme d`espressione mi abbiano chiesto di affiancarsi al mio lavoro essendone fortemente suggestionati, come per "Cronaca di un mal di testa", "Vorrei e non vorrei", "II 1984 & l`Officina ferrarese", "Toccata e fuga da/per il potere", "Zarathustra o del viaggio di ritorno", "Annunciazione ", "II giardino delle Esperidi ". Così si è compiuta la magia di una "arte quasi totale ", credo. Riguardando in un arco complessivo il tuo lavoro praticato con quotidiana insistenza, ma fuori da ogni ripetitiva compiacenza, oggi mi sembra, tu stesso puoi individuare le costanti e motivazioni, esplicite ed implicite, i segreti di un mestiere che è in ogni momento anche invenzione. Puoi e vuoi farcene partecipi, o preferisci affidarti al senso esplicito ma anche complesso di quello che vediamo, e ci esalta senza una dichiarata ragione, nei tuoi dipinti? Ho amato, se pur nascostamente, nel tempo ormai ragguardevole del mio essere pittore, la riflessione teoretica, oggi dimenticata, forse all`indice, comunque dismessa, di Gyorgy Lukàcs.

Una sorta di fede in quel "rispecchiamento" (del mondo) della scienza e dell`arte, nelle loro modalità specifiche, in grado di dire "verità ". E` proprio la "verità " quel fare uscire dall`ombra della crosta, dalla mistificazione le cose, nella loro luce e profondità significante, rispecchiamento estetico della realtà che si fa realtà, "prendendo posizione " verso quel " particolare " nella prospettiva universale. Grossomodo questa la griglia nella quale mi sono mosso costantemente, dalla quale nasce la ricerca del linguaggio che scandisce il mio percorso artistico e la sua forma, la curiosità inesausta nei confronti delle conseguenze forse non estreme, ma possibili delle figure del mondo, frutto delle invenzioni dell`animo mai sazio di stupore davanti allo svelarsi delle forme del profondo. Parrebbe una professione di fede neoromantica contraddittoria di quella durezza ideologica alla quale mi riferivo parlando della mia generazione, se non di me stesso. Ma l`artista è nudo, io sono nudo e guardo ancora come spettatore il mio lavoro, attendendo rivelazioni veritiere. Al di là della mia possibilità di raccontare la sostanza dei miei lavori, sono sempre affascinato dalle letture altre, che connotano l`esistere di un serbatoio di "verità " che ciascuno gestisce a seconda della propria capacità di porsi domande e confrontarsi con le possibili risposte messe in attività dalla voce della mia pittura.


Il testo è tratto dalla monografia in via di pubblicazione: Paolo Baratella, “Costanti e variabili”, a cura di Vittorio Fagone, Luca Stocco editore, Castelfranco Veneto, 2006.




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