Costanti e variabili
di Vittorio Fagone

Alla svolta degli anni Ottanta mi sono trovato impegnato a dover riassumere in occasione di due grandi eventi espositivi, la rassegna internazionale "Camere incantate" al Palazzo Reale di Milano e la sezione Italia della Biennale di Venezia, con quali attitudini e strategie operative gli artisti avessero attraversato i difficili, ma intensamente creativi, anni Settanta e con quale spirito si rivolgessero a un futuro che presagivano per molti aspetti diverso e non più percorso dalle stesse rivoltose e produttive pulsioni.

Erano due gli elementi che mi sembrava necessario, a quel punto, mettere in risalto. Il primo, l’obbligo per l`artista degli anni Settanta alle esplicitazioni, il rifiuto del patetismo indefinito, della pittura come arte muta o, all`opposto, come mera illustrazione. Per rendere immediatamente chiara questa situazione utilizzavo una proposizione tipica degli studi di linguistica affermatisi nello stesso periodo: di` ciò che fai, fa` ciò che dici. Le interviste tra critici e artisti, un genere che in quegli anni viene meglio definito liberandosi da ogni romantica compiacenza biografica, valgono a stabilire intenzioni e contesto, consapevolezza e campi di coinvolgimento per il fruitore. Esse non sono condensati di didascalie enfatiche o riduttive ma utili individuazioni di parametri costitutivi.

II secondo elemento era, e resta, una delle questioni fondamentali per tutta l`arte nel mondo contemporaneo. Andrè Breton dichiarava che il problema per il quadro contemporaneo non è sapere se esso tiene al confronto con la natura ("Il campo di grano" di Van Gogh rispetto a un campo di grano reale della Provenza), ma se tiene rispetto al giornale, chiuso o aperto, e noi dobbiamo aggiungere, rispetto alle immagini della televisione. Breton voleva sottolineare in questo modo la necessità dell`opera visuale contemporanea di confrontarsi con i segni grafici e fotografici tipici della nuova comunicazione (il giornale chiuso), e con il flusso di informazione che il giornale ogni giorno porta all`attenzione di tutti (il giornale aperto). Questo è un paradigma fondamentale che oggi può coinvolgere tutti i tipi di comunicazione visuale.

Paolo Baratella nel suo lavoro è sempre stato assai attento al "giornale" della vita quotidiana di cui parlava, con profetica perspicacia, Breton: il giornale chiuso come universo di innovativi segni mediatici in progressiva evoluzione e espansione, un vero e proprio "nuovo ambiente" irrefutabile e determinante, e il giornale aperto con l`affollata irruzione dei fatti di ogni giorno, degli accadimenti coinvolgenti, dello "spirito del tempo". E` rispetto a questo tempo e spazio di vita partecipato, che la produzione artistica di Baratella va letta, testimonianza e segno reattivo di una intelligenza creativa e critica vigile e mai disarmata. Questa intervista, come le altre sparse negli anni e qui insieme ora recuperate, vuole mettere a fuoco il fitto intreccio di costanti e variabili nell`opera di un artista che vive con particolare lucidità e consapevolezza creativa il tempo del proprio lavoro dentro la non disomogenea misura del tempo del mondo.

C`è oggi da parte degli artisti delle ultimissime generazioni un forte impulso a considerare la relazione tra operatività creativa e campo sociale al di là della "pratica virtuosa" dei linguaggi adottati. Tu sei stato un protagonista tra gli anni sessanta e settanta a livello europeo di quelle tendenze che più intensamente hanno cercato di dare immagine alle tensioni utopiche e rivoltose di quegli anni; per alcuni artisti di oggi un "precursore". Come giudichi i differenti modi di operare e intervenire che hanno caratterizzato il lavoro degli artisti "politici" di quegli anni e le tensioni indistinte ma forti di oggi tra poetico e politico?

Le cause che provocano quello che si può chiamare "risentimento poetico" sono sempre le medesime. Per sua natura l`uomo ha una "iperuranica " idea di giustizia e di comune felicità dei viventi sotto ogni cielo. E ` cosi che nella forbice che si apre tra realtà sociale, ragione e sentire nasce l`indignazione/impulso all`espressione forte nelle modalità di linguaggio proprie del momento storico. Così vedo nelle diverse generazioni la medesima spinta ideale umanistica, come dire un comune sentire difensivo e denunciatorio, analitico e poetico, politico, etico, linguistico. Non vedo una sostanziale distanza tra le modalità espressive, "le pratiche virtuose" che dichiarano "l`esserci nel tempo". Più romantico l`artista dell`ultima generazione che si muove tra nuove tecnologie, foto, installazioni, comportamentìsmo, video, ecc..., spettacolo del contemporaneo; ideologico e intransigente l`artista della mia specie, alle prese con gli umili strumenti della "pittura", lanciato in narrazioni crude, simboliche, di "tipicità" etica, in cui l`estetica costituisce `fine morale irragiungibile da ricercare instancabilmente come valore non effimero e universale.

Nel tuo lavoro di pittore c`è stata sempre una riflessione che coinvolgeva non solo la storia sempre attuale di questo linguaggio, ma anche una attenta osservazione degli altri media derivati (la fotografia, il cinema, l`immagine televisiva). A quale tipo di tua particolare esigenza creativa e realizzativa corrispondeva e corrisponde questo modo di approcciarsi all’immagine?

Ho conosciuto il mondo come cumulo di tecnologie antinaturalistiche: bombe, aerei, bengala, paracadute, radio, carriarmati, autocarri, motociclette con sidecar, cinema, foto dei campi di sterminio, armi, più tardi televisione, personal computer, ecc... Questo l`orizzonte. Prendo il cavalletto e gioco a fare il pittore: io bambino dipingo disastri di aerei, navi, scontri, bombe, e cosi via, il mondo come mi appare. Nessuna fuga ha consentito alla mia "volontà di potenza estetica" di placarsi su idilliache visioni naturalistiche di quieta "pittura olio su tela". Seppure anche queste ho visto, e l`uomo. Fino ad oggi il mondo continua a darsi come spettacolo della tecnica. Questa è la verità: sarei felice di utilizzare qualsiasi mezzo se questo mi fosse consentito, intendo dire economicamente; nessuno finanzia queste imprese se non finalizzate, anche se qualche volta mi si è offerta questa possibilità, proprio da te Vittorio Fagane per esempio, a Palazzo Reale a Milano, in quella memorabile rassegna di "Milano 80". Certamente quella fu una opportunità eccezionale per me, e i non giovanissimi ancora ricordano quel! `evento. Altre volte quando ho sentito più forte la necessità dell`impiego delle tecnologie ho provveduto a mie spese rovinandomi; ma l`intento era forte, ed è forte e rimane inscritto nei modi coi quali affronto il linguaggio pittorico, nell`intento di sottrarre potere, quel potere assoluto mediatico, verso una possibilità di comunicazione rappresentativa priva dello schiacciamento acritico delle coscienze.

Nel tuo lavoro memoria della grande cultura pittorica dell`occidente e attualità quotidiana spesso si incontrano senza mai confondersi: penso al tuo lavoro di grandi dimensioni "Vorrei e non vorrei". Con quale strategia riesci a far convergere le due chiavi di scrittura visuale?

Come dice il saggio la cultura è ciò che rimane quando hai dimenticato tutto ciò che hai appreso. Rimontano e galleggiano come nei sogni le immagini del Museo e si confondono con le visioni della contemporaneità, cosicché potrei dire che l`immaginazione lavora continuamente su queste associazioni: è il mio io contemporaneo che chiede aiuto al sapere scritto nell `archivio delle "ombre ", poiché come dice Garin "il passato nutre senza inquietare".

Il testo è tratto dalla monografia in via di pubblicazione: Paolo Baratella, “Costanti e variabili”, a cura di Vittorio Fagone, Luca Stocco editore, Castelfranco Veneto, 2006.

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