Ragionamento su Baratella
di Flaminio Gualdoni
Dopo le intense stagioni iniziali del postinformalismo e dell'antagonismo con un popism ridotto a ipertrofia del consumo d'im­magine, Baratella da corso ad ampi, potenti cicli di lavori.
In Vita, morte e miracoli di Joe Ditale, 1973-74, come un erede autentico del dada berlinese Baratella monta un'epopea, destina il far grande a una imagerie volgare, virata nella chiave del visionario lisergico di marca americana ma insieme tesa dal continuo evocare il dipingere di storia della tradizione alta. Ed è una umanità enfatica e bassa, di malagrazia militaresca, dall'erotismo sfac­ciatamente turgido: ed è il lievitare non sottile della corruzione, del morbo mortale, sotto le spoglie di questo vitalismo inane e tronfio.
La politezza dell'identità storica dell'arte, il comporre e la commensuratio, si sgangherano, ricomponendosi solo nella parodia ridondante della comunicazione visiva. È Sarà una risata che vi seppellirà, 1975, con quei simboli schiantati, con quel sottrarsi livido del valore iconico, con quella misura imponente da visione civile.
"Ho conosciuto il mondo come cumulo di tecnologie antinaturalistiche: bombe, aerei, bengala, paracaduti, radio, carri armati, auto­carri, motociclette con sidecar, cinema, foto dei campi di sterminio, armi, più tardi televisione, personal computer, ecc... Questo l'orizzonte. Prendo il cavalietto e gioco a fare il pittore: io bambino dipingo disastri di aerei, navi, scontri, bombe, e cosi via, il mondo come mi appare. Nessuna fuga ha consentito alla mia 'volontà d^potenza estetica' di placarsi su idilliache visioni natura-listiche di quieta 'pittura olio su tela'".
Così Baratella. ^engagement non è scelta: è necessità, è dovere. È, reciterà di lì a pochi anni un altro ciclo importante, Stato di guerra permanente. È, dirà altrove l'artista, "risentimento poetico", urgenza: sia che deliberatamente, tematicamente, si misuri con l'iconografia controversa dell'oggi, sia che recuperi più relatamente e per un più complesso e sottile lavorio d'elaborazione sim­bolica motivi che la storia dell'arte riflette sul presente.
L'iconografia corrusca del ciclo sul Pianeta Torta, 1976-1977, si rideclina ma non si acquieta in Nemici, 2002, che par echeggia­re antiche pitture araldiche minoiche o etrusche. Oppure in L'onda anomala, 2004-2005, in cui, quasi come in un Griinewald o in un Giulio Romano contemporaneo, il dràma della cronaca si proietta su stratificazioni e contrapposizioni storiche d'ordine e disor­dine, nomos e squilibrio, ragione e violenza.
Sino all'evocazione esplicita, e potente, dell'ideale pendant concettuale tra 11 settembre, 2001, e Torre di Babele, 2002. Dice Baratella: "Le cause che provocano quello che si può chiamare 'risentimento poetico' sono sempre le medesime. Per sua natu­ra l'uomo ha una 'iperuranica' idea di giustizia e di comune felicità dei viventi sotto ogni cielo. È cosi che nella forbice che si apre tra realtà sociale, ragione e sentire nasce l'indignazione, l'impulso all'espressione forte nelle modalità di linguaggio proprie del momento storico. [......] Ideologico e intransigente l'artista della mia specie, alle prese con gli umili strumenti della 'pittura', lan­ciato in narrazioni crude, simboliche, di 'tipicità' etica, in cui l'estetica costituisce il fine morale irraggiungibile da ricercare instan­cabilmente come valore non effimero e universale". Valori, non effimeri. La razza degli artisti veri, per fortuna, non si è ancora estinta

Flaminio Gualdoni



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